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mercoledì 12 settembre 2012

La mia strada porta in Tibet (di Sabriye Tenberken)

[giugno 2008]

In Tibet i bambini ciechi, numerosi a causa dei raggi solari d'alta quota e della carenza di vitamina A, sono tenuti ai margini della società. Ma da quando l'allora ventiseienne Sabriye è arrivata nei loro villaggi hanno una speranza di futuro, infatti ha fondato una scuola per bambini ciechi, ha inventato la prima scrittura Braille tibetana e ha fondato una struttura dove i bambini possano vivere e studiare. Anche lei è cieca dall'infanzia e il lettore può accompagnarla nell'emozione del primo viaggio sul tetto del mondo.



La storia affascinante di una ragazza cieca che con una forza di volontà indomabile inventa una versione del Braille per la (difficilissima) lingua tibetana, e va in Tibet ad aprire una scuola per insegnarla!
Sembra un romanzo ma è una storia vera che continua ancora oggi. Ho cercato informazioni sull'autrice e la sua ultima impresa è stata la scalata del K2 insieme con i suoi ragazzi.
Straordinaria ed encomiabile!

Nati due volte (di Giuseppe Pontiggia)


[giugno 2008]

La realtà è esattamente come è

E se mio figlio nascesse down? o menomato? 
Come tutti i futuri genitori anch'io mi sono posto questa angosciosa domanda insieme a mia moglie durante la sua gravidanza.

Al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, non esiste una risposta univoca a questa domanda atroce, ma soprattutto la speranza di non dover affrontare il problema sulla propria pelle.

Per fortuna mio figlio è nato normalissimo, anche se il parto è stato molto sofferto, ma mi è rimasto un ricordo tangibile di quei giorni. Infatti in quel periodo ho acquistato questo libro di Pontiggia, ma come per altri libri, l'ho poi lasciato sullo scaffale, intimorito dal suo contenuto. Finalmente mi sono deciso ad affrontarlo, anzi mi ha talmente coinvolto che l'ho divorato in due giorni e mi sono rimaste delle impressioni molto forti. 
Innanzitutto una storia come questa non può essere opera di fantasia, troppi sono i dettagli che sgocciolano tra le righe e troppo autentiche le reazioni dei personaggi. La figura centrale a mio parere non è Paolo, il figlio disabile, ma il padre, che rispecchia continuamente nella condizione del figlio i propri limiti e le proprie nevrosi. Alla fine del libro, dopo trent'anni estenuanti di sacrifici e conflitti, comincia a capire veramente che suo figlio è diventato comunque un uomo, e vuole solo vivere a pieno la vita che ha.

Questo libro spara in faccia al lettore molti interrogativi e ne chiude pochi, ma soprattutto non da' giudizi. Mostra solo gli sforzi di una famiglia dinanzi ad una situazione di sofferenza a cui non era preparata.
Da questa lettura emerge con forza un grande insegnamento, ovvero che specialmente di fronte alla sofferenza ingiusta non esistono scappatoie. Bisogna imparare ad accettare la realtà che ci sconvolge esattamente come è, qualunque abbellimento, travisamento a fin di bene, come pure la drammatizzazione esagerata, non ci è di alcun aiuto. Solo se accettiamo il disagio com'è possiamo fare del nostro meglio per affrontarlo, anche senza alcuna garanzia di successo.